Se ora anche negli USA sanno dei misfatti legati a Italia.it, il merito è di un articolo firmato da Davide Beretta per il WSJ. La ricostruzione parte dal primo bando da 45 milioni di euro fino al “rilancio” di Rutelli, passando per il paradossale bando per la scelta del logo.
Il pezzo è disponibile online. E porta all’estero una storia molto italiana. Purtroppo vera.
La grottesca vicenda del portale nazionale del turismo italiano approda nientepopodimeno che sulle colonne di uno dei più prestigiosi quotidiani al mondo, Il Wall Street Journal. Di seguito riportiamo link e testo integrale dell’articolo a firma di Davide Beretta (bio non aggiornata), che tra le sue fonti menziona anche Scandaloitaliano. Il nostro contributo al lavoro del giornalista, attraverso vari colloqui telefonici e un carteggio email, è stato: ricostruzione “storica” delle vicende del portale, fornitura della documentazione ufficiale (da cui questo), e instauramento dei contatti tra il giornalista e alcuni degli intervistati.
Fonte ScandaloItaliano

Commenti
[1] di frap1964 - 26 Agosto 2008 - 14:15
Un colpo al cuore per la povera MVB, che però già lavora alacremente al portale di seconda generazione… ;-)
http://scandaloitaliano.wordpr.....t-journal/
[2] di Paolo Dodet - 29 Agosto 2008 - 01:03
Nonostante io non sia fascista debbo dare ragione al vecchio Benito quando affermò che governare gli italiani non era impossibile, ma inutile.
Debbo dargli ragione perché questa storia ce lo conferma ancora una volta: siamo un bando di primedonne interessati solo ad apparire come protagonisti e a darsi importanza tentando di imporre sempre lo propria opinione, giusta o sbagliata che sia.
L’importante è vincere e non partecipare e se si potesse vincere senza partecipare affatto… tanto meglio.
Quindi il lavoro di equipe è pressoché sconosciuto fra di noi e non valorizzato, la tendenza nazionale è quella di essere ascoltati e non di ascoltare.
Purtroppo tutto ciò si è confermato ancora una volta.
Come dice la sempre attuale saggezza popolare: troppi galli a cantare non si fa mai giorno.
Che pena.
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