Archivio della Categoria 'IMHO'

  • Choice Screen con sospetto

    D’ora in poi dovremo chiamarlo “Choice Screen“, perchè è così che Microsoft ha denominato la finestra per la scelta dei browser anche in Italia. Da qualche ora vari utenti italiani hanno infatti iniziato a vedere la schermata di avviso sul proprio desktop, conseguenza del download dell’apposito aggiornamento imposto dalla Commissione Europea:

    Choice Screen - Schermata 1

    Ed eccolo il Choice Screen in italiano:

    Choice Screen - Schermata 2

    Ma chi ha una macchina non del tutto veloce potrà sperimentare una cosa del tutto curiosa. Come segnalato anche da oneWindows, infatti, il posizionamento dei browser è fisso prima che un codice javascript riformuli l’ordinamento seguendo la casualità imposta dal regolamento. Per qualche istante, insomma, Internet Explorer è nella prima posizione del Choice Screen per poi ricollocarsi casualmente. Ma sono quelli gli istanti in cui l’occhio è giocoforza spostato in alto a sinistra (è una conseguenza logica delle nostre modalità di lettura alto-basso sinistra-destra).

    Chiunque può compiere un test cliccando semplicemente sul link ufficiale del Choice Screen e quindi, fissando la prima posizione dell’elenco, digitare più volte “F5″ (aggiorna).

    Un errore doloso? Una breve comparizione che, dietro un codice javascript, nasconde un messaggio subliminale? In questo caso un teorema complottista è difficilmente supportabile poiché il Ballot Screen (ops… Choice Screen) è stato vagliato a lungo dai concorrenti Microsoft e dalla Commissione Europea, dunque è forse più utile parlare di semplice superficialità nei test.

    Fermo restando che, in sede di prossima valutazione del Choice Screen, sarà presumibilmente utile rivalutare i contenuti tecnici alla base della scelta del browser.

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  • Presentarsi al ballottaggio

    Con l’arrivo del ballot screen sta per arrivare sugli schermi di milioni di italiani (e non solo) una schermata che propone un vero e proprio ballottaggio tra 5 candidati: IE, Firefox, Chrome, Opera e Safari. Ogni candidato ha presentato un simbolo, di forma e dimensioni prestabilite, mettendo in massima evidenza il proprio marchio e la propria riconoscibilità.

    Ogni candidato, inoltre, ha presentato anche una piccola descrizione di sé poiché è questo l’obiettivo che si pone il ballot screen: far conoscere i candidati e dare la possibilità a tutti di strappare consensi al di là dell’impatto mediatico precedente.

    Per questo è curioso osservare come i singoli browser siano stati descritti (va ricordato come ogni produttore abbia a disposizione il proprio spazio per fornire una descrizione autogestita). Ognuno ha puntato su caratteristiche più o meno peculiari, più o meno popolari, più o meno incisive. Ognuno a modo suo ha cercato di catturare utenza mettendosi in mostra nella rassegna casuale che il ballot screen va ad offrire.

    • Internet Explorer
      «Internet Explorer è il browser più usato al mondo, progettato da Microsoft pensando a te»
      Una presentazione che trasmette forza e rassicurazione, potenza e conforto. “Il più usato al mondo” da una parte, “pensando a te” dall’altra: un messaggio ben calibrato, pensato soprattutto per quanti sono pronti a cogliere il messaggio stesso in modo non critico;
    • Mozilla Firefox
      «La tua sicurezza online è la nostra priorità principale. Firefox è gratuito e sviluppato per ottenere il massimo dalla navigazione sul Web»
      Firefox si presenza anzitutto come un browser sicuro, ed è questo un messaggio vincente. Curiosamente, poi, si presenta come un browser “gratuito”. Perché? Non lo sono forse tutti? Qui l’aspetto a doppio taglio. Perchè se da un lato lo spazio occupato dal “gratuito” appare inutile e potenzialmente sprecato, dall’altra potrebbe comunque attirare masse di click da utenti poco esperti, sempre pronti a cliccare sul “gratis”. Anche in questo caso il messaggio sembra pensato più che altro per l’utente poco esperto, quindi, con un piccolo “tranello” sicuramente astuto;
    • Google Chrome
      «Google Chrome. Un browser veloce, per tutti»
      L’annuncio si distingue anzitutto per l’essenzialità e la brevità. A colpo d’occhio emerge immediatamente come un prodotto leggero, poco impegnativo, pulito. Molto “Google” e molto scarno così da lasciar l’attenzione al brand sull’immagine (un brand di innegabile appeal);
    • Opera Browser
      «Il browser Web potente e facile da usare. Provate l’unico browser con tecnologia Turbo per una connessione ad Internet più veloce»
      Velocità e turbo dipingono l’immagine del browser sottolineando con forza l’aspetto più importante che il browser intende contrapporre alla concorrenza. Facendo ciò si ruba spazio a Chrome e ci si ritaglia un angolino di mercato basato sulle performance e sull’utenza più attenta a questo parametro;
    • Apple Safari
      «Da Apple, Safari per Windows: il browser più innovativo al mondo»
      In stretta sequenza le “keyword” Apple, Safari e Windows. Una sorta di passaggio logico per rendere quanto più chiaro possibile il fatto che Safari sia lo stesso di Apple, ma che ci sia anche per Windows. Un occhiolino strizzato a quanti usano in parallelo i due sistemi operativi e che potrebbero gradire l’uso di un solo browser su entrambe le piattaforme.

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  • Le nuove case chiuse

    È notizia recente la vittoria dell’ICM Registry nei confronti dell’ICANN. Ed è una sentenza che apre un vaso di Pandora da cui esce tutta la pressione che aveva fino ad ora tenuto a bada una proposta destinata a far discutere: i domini .xxx.

    La proposta dell’ICM Registry tornerà presto all’attenzione dell’ICANN, ove andrà vagliata la possibilità di lasciar registrare domini .xxx sotto le regole previste dalla bozza presentata. Nell’idea originale, i .xxx dovranno essere un ambito a parte della Rete, qualcosa su cui il mondo della pornografia potrà agire sotto regole precise, contorni definiti, protezione dell’accesso, tutela dei minori. I proponenti credono che l’apertura di un dominio .xxx sia in grado di arginare la pedofilia online, assicurino la sicurezza informatica, tutelino gli interessi degli investitori nel ricco mercato del porno e possano dare il via ad una nuova era della Rete.

    Una decisione simile, però, solleva un problema etico e morale (e non sono la stessa cosa) di enorme importanza: legittimare la pornografia relegandola in un angolo protetto, oppure arginarne l’evoluzione evitando un dominio dedicato? Regalare al settore una vetrina apposita, oppure lasciar libero il mercato chiudendo un occhio su quanto chiunque è invece in grado di vedere durante la propria navigazione?

    Senza mezzi termini: la Rete deve avere le sue case chiuse oppure anche sulla Rete occorre una “Legge Merlin” che impedisca simili realtà?

    Il problema etico è tutto fuorché superficiale. Assieme alle questioni di ordine economico, sarà questo uno dei temi principali su cui l’ICANN dovrà confrontarsi a breve.

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  • L’uomo della strada

    L’uomo della strada oggi è triste. È deluso. Da mesi ormai si era impegnato a capire perchè non si potesse trovare una soluzione per la rete italiana. Guardava il proprio modem con nervosa tenerezza, sperando che un giorno uno sputo di fibra gli avrebbe portato nuova vita. Oggi guarda quel modem e ci vede qualcosa di più grigio. Ci vede capitali, aziende off-shore, voti comprati e milioni, milioni, milioni, tanti milioni. Tantissimi.

    Oggi all’uomo della strada le promesse di banda larga puzzano di bruciato. Perchè l’uomo della strada non ha tempo di approfondire e capire i meccanismi di quei capitali che viaggiano da una parte all’altra dell’Europa dribblando i controlli e finendo nelle mani delle cosche e della politica corrotta. L’uomo della strada sa soltanto che la Rete non viene rinnovata perchè mancano accordi e capitali, ed oggi si chiede perchè invece altri accordi e altri capitali fossero ampiamente disponibili e generosamente distribuiti.

    L’uomo della strada fa di tutta l’erba un fascio, perchè non ha tempo né risorse per i distinguo. Ripensa alle promesse ricevute, poi guarda la bolletta, abbozza una smorfia e paga. L’uomo della strada oggi si sente triste e in parte sconfortato, perchè sperava che la tecnologia avrebbe potuto rappresentare un’occasione per il rilancio. Invece anche dietro i bit sembrano nascondersi i soliti meccanismi, le solite posizioni di forza, le solite strutture. Oggi, quindi, l’uomo della strada si sente affranto. E tremendamente sfiduciato.

    Stamattina l’uomo della strada ha letto la posta in ufficio. Stasera farà un giro su Facebook, appena tornerà a casa dal lavoro. Lo sa, le strategie aziendali e le vicende giudiziarie non hanno nulla a che vedere le une con le altre e i capitali necessari e quelli nascosti sono cose da non confondere. Ma l’uomo della strada ragiona sulla base di logica semplice e lineare giustizia. E in più oggi vedrà nelle edicole titoli come “‘ndr@ngheta” o “Banda larga”: l’amaro in bocca è inevitabile, non glielo toglierà nessuno.

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  • Il palcoscenico dell’indignazione

    Il corto circuito mediatico è ormai pienamente conosciuto. Per questo, ormai, i soliti attori sanno cavalcarlo con ruoli e responsabilità pienamente riconosciute e complementari. La scintilla è sempre la stessa: un gruppo che nasce su Facebook, portando avanti ideologie prive di senno, al di fuori di ogni morale, svuotate di ogni tipo di raziocinio e colme di meschina provocazione.

    A questo punto si muovono i contestatori, quelli che si iscrivono al gruppo per riempirlo di insulti. Regalando così “volume” e nuova eco al gruppo che si vorrebbe contestare.

    Poi si muovono i reazionari, quelli che creano il contro-gruppo senza rendersi conto che così facendo alimentano ulteriormente l’eco sul gruppo che si vorrebbe punire.

    Ed ecco il grande salto: arrivano i media. Arrivano i giornali, arrivano i giornalisti. Da segnalazione del passaparola si passa al megafono mainstream, così un problema enorme chiuso tra pochi utenti diventa una pubblica indignazione che fa notizia.

    Arriva poi il politico di turno. Sale sul palcoscenico dell’indignazione e, guardando il popolo negli occhi, chiede interventi radicali e definitivi contro qualunque cosa sia inerente la scintilla del problema. Il politico, normalmente, trascina sul palcoscenico anche la Giustizia, costringendola all’onere di capire cosa stia succedendo.

    Il palcoscenico dell’indignazione è aperto a tutti. Per il contestatore, per il reazionario, per il giornalista, per il politico, per l’inquirente. Ognuno, a modo suo, riuscirà a ricavarsi un po’ di luce della ribalta. Ma tutto ciò ha un clamoroso e pericoloso effetto collaterale: tutti avranno regalato eco e notorietà a quello stupido gruppo che stupide persone hanno pensato bene di portare su di un popolato (ed incolpevole) social network. Sia chiaro, per i più è un atto compiuto in buona fede. L’indignazione è sincera, la reazione è motivata e l’obiettivo è nobile. Ma lo scopo non viene raggiunto, perchè non è creando confusione ulteriore che si arriva ad ottenere il miglior risultato.

    Il corto circuito ha preso forma nuovamente nei giorni scorsi. Ancora una volta si parte dalla Sindrome di Down e si arriva ad una sorta di vituperio collettivo in cui son tutti pronti ad indignarsi, senza notare la gratuita pubblicità offerta ad un gruppo che invece andrebbe affossato o ignorato. Tutti pronti, ognuno a modo suo, a cercare autogratificazione per la segnalazione perpetrata, per la reazione partorita, per lo sdegno manifestato.

    Sotto il palcoscenico dell’indignazione, per fortuna, ci sono persone intelligenti. Le quali, invece di creare ulteriore bailamme, hanno semplicemente segnalato il gruppo a Facebook. Facebook lo ha semplicemente rimosso. In poche ore tutto si sarebbe risolto, nel silenzio e nell’indifferenza generale. Invece, ancora una volta, troppa gente era già sul palcoscenico a sbraitare. E così, anche quando ormai il caso era di per sé risolto, il palcoscenico era ancora pieno di persone che, prima ancora di gettar luce sul problema, stavano cercando di gettar luce su sé stesse.

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  • Sanremo è Sanremo, ma online…

    Chi si fosse perso questa irripetibile esperienza dovrà fare ammenda e recuperare alla prima occasione. Perchè seguire un evento come il Festival di Sanremo online è qualcosa in grado di moltiplicare l’esperienza. Il mainstream si è sposato con il social, l’emotività della serata si è mescolata con il sentimento nazionalpopolare e sui social network è stata tutta un’esplosione di commenti, battute, creatività. E simpatia, estrema simpatia, pura e “user generated” per definizione.

    C’è chi ne ha fatta una cronaca continua, chi ha commentato, chi ha prodotto filmati ed immagini in presa diretta, chi ha condiviso materiale altrui. Il tutto per migliaia e migliaia di messaggi lungo tutta la serata. Tra i quali l’ultra-condivisa gag dai Griffin:

    Su Facebook l’esperienza è per sua natura privata e soltanto cercando la bacheca di qualche commentatore ispirato se ne poteva ottenere un vero vantaggio. Su Twitter era sufficiente cercare la query giusta e si poteva ricavare qualcosa di ulteriore. FriendFeed ha dimostrato invece in quelle ore una reattività ed una qualità ulteriori: il flusso degli aggiornamenti era infatti “respirato” in diretta, mettendo sotto gli occhi un’esplosione di simpatia senza pari che in questo strumento sembra aver trovato la sua miglior espressione.

    Non siamo qui per commentare il Festival, il suo ruolo, la sua storia, i suoi personaggi, le sue vicende, la sua impronta ed il suo significato. Non ci interessa, ognuno si faccia la propria idea e ognuno difenda i propri gusti. Ma online il Festival di Sanremo 2010 è stato qualcosa di più del solito Sanremo, ed è questa la cosa davvero interessante.

    La serata si è conclusa con i saluti di tutti a tutti, buonanotte, è stato bello. Come se i social network fossero stati un enorme divano su cui stavano sedute migliaia di persone che se la ridevano tutte assieme.

    Il Festival su FriendFeed

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  • Tutti i nemici di Google

    Mai fino ad ora Google aveva raccolto tanti nemici in così poco tempo. La dimensione del gruppo, la sua natura onnivora e la sua capacità innovativa hanno infatti messo Mountain View al centro di un tiro incrociato senza precedenti.

    Microsoft, manco a dirlo, ha richiamato l’attenzione dell’antitrust.
    Vodafone si è accodata immediatamente.
    Amazon ha il suo da fare per lottare contro l’accordo con gli editori.
    Apple è ormai su un fronte opposto in tutto ciò che concerne il mobile.
    Facebook guarda da lontano Google Buzz, ma con sicuro fastidio.
    PayPal è da tempo in lotta con Google Checkout ed ora si schiera con l’armata Facebook.
    Symbian si è fatto open source, già terreno di conquista per Android.

    E tutto ciò fermandosi alle notizie delle ultime settimane. Semplice conseguenza dell’impegno trasversale di Google, oppure… oppure cosa?

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  • C’era una volta il P@tto di Sanremo

    Dada ha comunicato da qualche ora la propria partnership ufficiale con la RAI, collaborazione che prevede il servizio di streaming e download digitale dei brani in gara.

    A partire dalla mezzanotte del 16 Febbraio, primo giorno del Festival sanremese, tutti gli appassionati di musica potranno riascoltare, scaricare ed acquistare legalmente tutti brani della kermesse, sia su Dada.it che dal sito sanremo.rai.tv: due aree specifiche del sito Rai infatti, indirizzeranno ai 15 brani inediti presentati dagli artisti big e all’area dedicata ai 10 artisti della sezione Nuova Generazione in gara sul palcoscenico più famoso d’Italia. Sempre su entrambe le piattaforme sarà possibile guardare in esclusiva i video clip delle esibizioni canore.

    Cosa? Il Festival di Sanremo non ti interessa troppo? Beh, ok, la cosa è plausibile. Ma con questo post si vorrebbe andare oltre per ricordare come fino a pochi anni fa il Festival era l’occasione per il famigerato “Patto di Sanremo“. A distanza di pochi anni, invece, il Festival è l’occasione per lanciare un servizio di streaming online. Quante cose sono cambiate in appena 5 anni!

    Buon Festival a tutti. Comunque ve lo godiate.

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